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Presidente Colombo stia sereno PDF Stampa E-mail
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Martedì 08 Novembre 2016 16:01
161108 brianteo(Laura Giulia D’Orso) Non è il primo e non sarà l’ultimo della lunga serie di Presidenti che hanno provato a mettere mano all’obsoleta impiantistica italiana degli stadi di calcio. Citando solamente alcune squadre di altre categorie ma non certo più blasonate del nostro “vecchio Monza Calcio” l’AS Roma attende ancora al vaglio della regione Lazio il benestare per la costruzione e/o ammodernamento dell’Olimpico. Mentre il Flaminio resta in totale abbandono.
Sui tempi di realizzazione dello stadio San Paolo di Napoli del presidente De Laurentis pesano invece più dubbi che certezze mentre il primo cittadino De Magistris assicura a gran voce che il Comune, comunque, può farsi carico delle opere straordinarie attingendo al Credito Sportivo.

Sui progetti per la costruzione di un nuovo impianto di proprietà della Fiorentina di Della Valle o di Inter e Milan non se ne sente più parlare. O meglio, il neo eletto, sindaco Sala, ha proposto di “smazzare” in due San Siro, con tanto di due entrate, due distinti, due spogliatoi e così a scendere... Insomma, la tanto auspicata avanzata degli stadi di proprietà in Italia è ferma, e con essa anche l’ammodernamento e l’appeal di questo sport.

Qui, in terra brianzola, non si fa eccezione. C’è passato il patron Begnini, poi successivamente una società americana, la Sport Park Project, infine fu la volta del faraonico stadio targato Armstrong.

In assenza di leggi parlamentari e di commissioni alla camera bloccate, il confronto si è fossilizzato ahimè, in maniera erronea, sulla contrapposizione tra un modello privatistico di gestione, considerato necessario e virtuoso, contro uno pubblico che invece è deteriore, lento ed obsoleto nei modi. Ma a volerla dire tutta non è questo il motivo del tanto “tiraemolla” dei Comuni. La vera differenza tra i due modelli gestionali è sapere esattamente nelle tasche di chi andranno i ricavi!

Dal punto di vista del tifoso la priorità ovviamente è che sia il club a godere del vantaggio economico, e questo è corretto almeno idealmente. Eppure costruire uno stadio con l’idea di ricavare profitti dai soli biglietti è un investimento privo di appeal anche per i più ingenui imprenditori. Studi dimostrano che nel tempo in cui un impianto da nuovo diventa obsoleto e meritevole di demolizione, la società che l’ha tirato su e che ha attinto ricavi solo dal ticketing e da vendite di giocatori è al massimo rientrata dei solo costi sostenuti, e questo solamente se si tratta di squadre di serie maggiori. In genere le istituzioni comunali sottovalutano che la novità dello stadio moderno non sono solo la gestione privata, ma anche la natura polifunzionale con ristoranti, centri commerciali, musei sportivi, cinema per i bimbi al seguito, foresterie, affitti di spazi ad altre attività sportive o ad associazioni.

A mio avviso, per le casse comunale, dove in genere si “raschia il fondo del barile”, cercare di trattenere parte dei ricavi del privato è diventata un’opzione troppo ghiotta per lasciare libero spazio a progetti ed investitori privati. E le premesse non possono che portare, e ne abbiamo prova ogni giorno, al muro contro muro tra i vari livelli di governo del territorio e i patron delle locali società sportive.

Sarebbe sicuramente molto più facile che un Presidente dicesse: “Cerco un altro terreno e porto la squadra a giocare fuori”. E’ una minaccia banale ma fattibile che i presidenti tengono da parte, per ultimo, da tirare fuori, anche se il cuore dei tifosi difficilmente si riesce a mette in riga con le economie del mercato!


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