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Teatro alla Scala. Adriana Lecouvreur PDF Stampa E-mail
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Martedì 26 Luglio 2022 07:00

(Vittoria Lìcari) A dodici anni dal debutto al Covent Garden è giunto a Milano l’allestimento di Adriana Lecouvreur creato per le scene londinesi nel 2010 da David McVicar, già in passato ospite della Scala, nel 2014 con una magnifica edizione di Les Troyens di Hector Berlioz e nel 2019 con I masnadieri di Verdi, e, ancora pochi mesi fa, con quell’affascinante spettacolo che è stata La Calisto di Cavalli. McVicar è senza dubbio uno dei maggiori registi d’opera attualmente in attività, ed è proprio il mondo teatrale che viene celebrato in questa splendida regia – ripresa da Justin Way, assistente di McVicar – con le scene di Charles Edwards, che ci mostrano da diverse prospettive il palcoscenico della Comédie Française in cui spicca il busto di Molière, i bellissimi costumi d’epoca di Brigitte Reiffenstuel, le luci di Adam Silverman e le coreografie di Andrew George per il balletto del terzo atto.

L’interpretazione di Maria Agresta – che ha avuto modo di conoscere personalmente due grandi Adriane del passato, Magda Olivero e Raina KabaivaSalvanska, con la quale si è perfezionata – accentua l’affettività del personaggio, in parte a scapito della dimensione “divistica” a cui questa figura è tradizionalmente legata. La scelta della Agresta è peraltro più che plausibile, in quanto le lettere scritte dalla grande attrice francese rispecchiano una figura di grandissima sensibilità, ricca di passioni ed emozioni, in cui l’atteggiamento altero altro non è che uno scudo a protezione della profondità dei sentimenti privati.

Alessandro Corbelli, il solo fra i cantanti di questa edizione che abbia partecipato all’originario allestimento londinese, veste i panni di Michonnet, direttore di scena, unico personaggio dell’opera di cui non esistono riscontri storici. Per interpretarlo, Corbelli si è dichiaratamente ispirato a due direttori di scena incontrati nel corso della sua carriera, dei quali aveva osservato con particolare attenzione gli atteggiamenti e i caratteri – l’uno bonario, l’altro burbero – per poi mescolarli in questa magnifica figura, malinconica, ma anche dotata di una notevole autoironia, che si evidenzia naturalmente grazie all’intelligenza interpretativa e, per sua stessa ammissione, ai lunghi trascorsi rossiniani del baritono torinese.

Yusif Eyvazov è stato un ottimo Maurizio, dimostrando di essere sempre più in grado di piegare la sua bella e grande voce anche alle più sottili esigenze interpretative.
Anita Rachvelishvili, che doveva alternarsi con Elena Zhidkova nelle vesti della Principessa di Bouillon, è stata sostituita dopo la prima da Judit Kutasi, perfetta nel ruolo.
Completavano il cast Francesco Pittari (Quinalt), Costantino Finucci (Poisson), Caterina Sala (Madamigella Jouvenot) e Svetlina Stoyanova (Madamigella Dangeville), oltre all’allievo dell’Accademia della Scala Paolo Nevi (un Maggiordomo).

 

Di notevole rilievo il debutto scaligero di Giampaolo Bisanti, nato a Milano e diplomato al Conservatorio “Giuseppe Verdi”, ormai affermatosi come uno fra i più apprezzati direttori italiani, forte di una lunga e proficua “gavetta”. Regolarmente invitato dai principali teatri italiani e stranieri, dal 2016 è Direttore Musicale del Teatro Petruzzelli di Bari ed è stato recentemente nominato Direttore Musicale dell’Opéra Royale de Wallonie di Liegi. La sua lettura sottolinea il lirismo complessivo di un’opera dove le melodie fluiscono in un continuum che non presenta mai momenti di incertezza o di stasi, e in cui la cantabilità “napoletana” – a Napoli Cilea ricevette la sua formazione musicale e culturale – si sposa con caratteristiche debussiane, dando luogo a una esecuzione dove le emozioni assumono grande rilievo, come peraltro la linea drammaturgica richiede.

 

 
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