| Teatro alla Scala: Macbeth |
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| Lunedì 11 Aprile 2022 11:59 |
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(Vittoria Licari) Il verdiano Macbeth con cui si è aperta la stagione 2021/2022 del Teatro alla Scala ha segnato il settantesimo anniversario della scelta del 7 dicembre per la serata inaugurale, che prima di allora era fissata a Santo Stefano.
Ed era stato un altro Macbeth, diretto da Victor De Sabata, con Maria Callas, Enzo Mascherini, Italo Tajo e Gino Penno che, il 7 dicembre 1952, aveva dato il via alla tradizione della “prima” collocata a Sant’Ambrogio. Oltre alla suggestione celebrativa, quest’opera ha segnato la conclusione di una trilogia di opere giovanili di Verdi che Riccardo Chailly aveva iniziato con Giovanna d’Arco nel 2015 e proseguito con Attila nel 2018. Fra l’edizione del 1952 e la presente, si possono contare altre due inaugurazioni di stagione con questo titolo: nel 1975 - con la direzione di Claudio Abbado, l’interpretazione di Piero Cappuccilli, Shirley Verret, Nicolai Ghiaurov e Veriano Luchetti, e la regia di Giorgio Strehler – e nel 1997 – direttore Riccardo Muti, interpreti Renato Bruson, Maria Guleghina, Carlo Colombara e Roberto Alagna, con la regia di Graham Vick – tutte distanziate di poco più di vent’anni l’una dall’altra, ma quest’ultima si distingue dalle precedenti in quanto basata sulla edizione critica della partitura curata da David Lawton.
Macbeth è la prima tappa del viaggio nei territori shakespeariani da parte di Verdi, la cui predilezione per il drammaturgo inglese è ben nota, tanto da essere stata alla base della creazione dei suoi due estremi capolavori Otello (1887) e Falstaff (1893), e di avergli a lungo fatto accarezzare il mai realizzato sogno di musicare Re Lear.
Dopo la prima versione rappresentata al Teatro La Pergola di Firenze il 14 marzo 1847, su libretto di Francesco Maria Piave e Andrea Maffei, Verdi ne approntò una seconda, in francese, che andò in scena nel 1865 al Théâtre Lyrique di Parigi e la cui traduzione in italiano venne successivamente proposta alla Scala il 28 maggio 1874. Quest’ultima versione è quella che viene solitamente eseguita e che, rispetto a quella fiorentina, vede l’aggiunta della magnifica aria di Lady Macbeth “La luce langue”, la modifica del finale del terzo e del quarto atto, ma, soprattutto, l’adesione al gusto francese con l’inserimento dei ballabili nel terzo atto e una più ampia partecipazione del coro con “Patria oppressa”, il lamento dei profughi scozzesi che apre il quarto atto e si colloca fra le pagine più alte della intera produzione verdiana.
In questa seconda versione la morte di Macbeth avviene fuori scena, ma Chailly ha deciso, in omaggio alle doti vocali e sceniche del protagonista Luca Salsi, di inserire nel finale parigino la morte in scena del tiranno tratta dal finale fiorentino – “Mal per me che m’affidai” - così come già aveva fatto Claudio Abbado con Piero Cappuccilli nel 1975, decisione che si giustifica peraltro musicalmente in un ritorno tematico dal preludio dell’opera.
Sul piano musicale l’esecuzione è stata di altissimo livello, a partire dalla direzione di Chailly, che ha lavorato con grande accuratezza sulle precisissime indicazioni verdiane riguardanti l’espressività vocale. Occorre, infatti, ricordare l’immensa statura drammaturgica di Verdi, che voleva sempre prevalenti le ragioni espressive su quelle meramente estetiche. A chi, per esempio, gli suggeriva il soprano Eugenia Tadolini come prima interprete, egli replicava: «La Tadolini canta alla perfezione, e io vorrei che Lady non cantasse; la Tadolini ha una voce chiara, limpida, potente, e io vorrei in Lady una voce aspra, soffocata, cupa; la Tadolini ha dell'angelico, la voce di Lady dovrebbe avere del diabolico».
Infatti, la prima Lady non fu la Tadolini, bensì Marianna Barbieri Nini, ritenuta da Verdi più adatta a soddisfare le precise indicazioni della partitura: non cantare, bensì agire e declamare «con una voce ben cupa e velata», o anche «con voce pianissima un po' oscillante», o, addirittura, «con voce repressa». Una bella sfida per Anna Netrebko, che è comunque riuscita a piegare con grande efficacia la bellezza del timbro all’espressività del ruolo. Luca Salsi sta vivendo il culmine della sua maturità artistica, e si è dimostrato ancora una volta interprete incisivo e di grande autorevolezza, perfettamente in grado di accontentare le difficili richieste verdiane di cantare “parlando […] con voce muta” o “piano con forza”. Hanno rispettato le attese sia Ildar Abdrazakov (Banco), sia Francesco Meli (Macduff). Una piacevolissima sorpresa è stato il giovane tenore peruviano Yván Ayón Rivas, vincitore dell’edizione 2021 di Operalia e reduce dal successo veneziano nel Faust di Gounod, che ha evidenziato un ruolo solitamente poco considerato qual è quello di Malcolm. Completavano la compagine vocale Chiara Isotton (Dama di Lady Macbeth), Andrea Pellegrini (Medico), Leonardo Galeazzi (Domestico), Guillermo Bussolini (Sicario), Costantino Finucci (Araldo/Prima apparizione), nonché i giovanissimi solisti del Coro di Voci Bianche dell’Accademia scaligera istruiti da Bruno Casoni nei ruoli della seconda e terza apparizione).
Le regie di Davide Livermore fanno sempre discutere. Possono piacere o non piacere, risultare più o meno riuscite, ma presentano sempre e comunque un retroterra di riflessione. Per Macbeth, opera che, in qualunque epoca venga rappresentata, parla al pubblico contemporaneo, Livermore ha scelto una realtà onirica, più precisamente da incubo, senza alcun dubbio distopica, una città inesistente, un altrove dove ambientare i drammi del nostro tempo senza toccare in alcun modo la cronaca. Nell’insieme, il piano drammaturgico-musicale ne esce abbastanza chiaro, ma molto del versante magico va purtroppo perduto. Efficace l’idea dell’ascensore che collega i vari piani del racconto e l’inserimento dei protagonisti nel ballo, la cui coreografia è stata curata da Daniel Ezralow, al suo debutto scaligero. Scene, costumi, luci e video sono stati firmati dallo staff che sempre collabora con Livermore e cioè, rispettivamente: Giò Forma, Gianluca Falaschi, Antonio Castro e D-WOK. Grandissima la prova dell’orchestra e del coro, guidato da Alberto Malazzi.
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