| Teatro alla Scala. Il Turco in Italia |
|
|
|
| Lunedì 29 Novembre 2021 11:16 |
|
(Vittoria Lìcari) Rappresentato per la prima volta il 14 agosto 1814 alla Scala – da cui rimase poi assente per ben centoquarantuno anni fino alla storica ripresa del 15 aprile 1955, con le voci di Maria Callas e Nicola Rossi Lemeni, Gianandrea Gavazzeni sul podio e l’allestimento scenico curato da Franco Zeffirelli - Il turco in Italia di Gioachino Rossini era stato l’ultima opera rappresentata sul palcoscenico scaligero il 22 febbraio 2020, alla vigilia della sospensione di tutte le attività dovuta alla pandemia da Covid-19.
Ora che il peggio sembra ormai passato, è stato ripreso come terzo titolo della trilogia rossiniana d’autunno. Magnifici gli interpreti, vocalmente perfetti e altrettanto perfettamente inseriti nella bellissima regia di Roberto Andò, di una ironia sottile e perfettamente coerente con il raffinato libretto di Felice Romani, “dramma buffo” che abilmente vira verso i territori del semiserio e talvolta del patetico, specie con la figura di Don Narciso, “cavaliere servente di Donna Fiorilla, uomo geloso e sentimentale” lo descrive Romani, interpretato dal tenore Antonino Siragusa. Echi del Don Alfonso di Così fan tutte sono ravvisabili nella figura del poeta Prosdocimo – il basso Alessio Arduini - che tesse i fili della trama analogamente al Don Alfonso di Mozart e Da Ponte e la cui funzione di coordinamento dei destini dei personaggi è stata posta in grande evidenza dalla regia. Presagi donizettiani, in un certo modo di sottolineare con la tromba i momenti particolarmente patetici e, soprattutto, nell’aria di Fiorilla – una magnifica Rosa Feola – nel secondo atto, che palesemente richiama una scena di pazzia. Completavano il cast un rossiniano di alto rango qual è Erwin Schrott nelle vesti di Selim, Giulio Mastrototaro come Don Geronio, Laura Verrecchia e Manuel Amati nei ruoli di Zaida e Albazar.
Dal podio, Diego Fasolis ha magnificamente coordinato voci e orchestra, con un perfetto sbalzo dei piani sonori, elasticità agogica e una impeccabile prassi esecutiva, non disgiunta da un atteggiamento scanzonato, laddove la situazione lo consentiva.
Splendenti di colori i costumi di Nanà Cecchi. A Gianni Carluccio si devono le scene e le luci, particolarmente espressive, che le completavano e che hanno creato un magnifico effetto nel finale del primo atto, evocante una “scena di tempesta”, in unione con il video creato da Luca Scarzella.
Il lavoro del regista è stato molto raffinato nello scavo psicologico dei personaggi, i cui tormenti interiori – in particolare per quanto riguarda Don Geronio – sono ben percepibili sotto l’apparente leggerezza del tratto musicale rossiniano. Il sottile attacco ai costumi borghesi del tempo della composizione – che è poi anche quello dell’azione – rende quest’ultima una perfetta metafora dei rapporti umani, siano essi autentici o subordinati alle apparenze, per cui i personaggi, pur essendo dotati di una propria personalità, sono anche funzioni che, di volta in volta, appaiono e scompaiono.
Ecco perché il regista ha scelto di non farli mai entrare dalle quinte, ma di farli comparire in palcoscenico da botole, come provenienti da un’altra dimensione, agli ordini del poeta e della musica, da cui la storia viene generata. Il risultato ha avuto il merito di evidenziarne i numerosissimi tratti a tutt’oggi più che attuali con grande eleganza e rispettandone alla perfezione il meccanismo drammaturgico originale.
|





