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Ti vedo, ti sento, mi perdo alla Scala PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 28 Febbraio 2018 15:25
(Vittoria Lìcari) I festeggiamenti che la città di Milano – nel cui Conservatorio insegnò dal 1974 al 1983 - ha riservato a Salvatore Sciarrino per i suoi settant’anni sono culminati con la prima rappresentazione assoluta, al Teatro alla Scala, della sua opera Ti vedo, ti sento, mi perdo (In attesa di Stradella), per la regia di Jürgen Flimm, con le scene di George Tsypin e i costumi di Ursula Kudrna.
 
Si tratta di un’azione scenica in due atti, su libretto del compositore stesso, che, come recita il sottotitolo, è incentrata sulla vana attesa di quello che può esserne considerato il protagonista, assente in persona, ma ben presente nei discorsi dei personaggi che si trovano sulla scena e nelle evocazioni di cui è cosparsa la partitura: Alessandro Stradella (1639 – 1682), compositore geniale dalla vita turbolenta, tragicamente conclusasi a Genova nel corso di una rissa i cui contorni non sono mai stati del tutto chiariti, la cui burrascosa biografia aveva già ispirato compositori di rilievo quali Friedrich von Flotow e César Frank, oltre a nomi di secondo piano come lo svizzero Louis Abraham de Niedermeyer (1802 – 1861), il tedesco Adolf Schimon (1820 – 1887)  e l’italiano Giuseppe Sinico (1836 – 1907).
L’essere sostanzialmente un autodidatta, l’avere preso le distanze dalle neoavanguardie del secondo Novecento e l’approfondito lavoro di ricerca e rivisitazione compiuto sui grandi archetipi musicali del passato fanno di Sciarrino un compositore singolare nel senso etimologico del termine, il che ne condiziona l’ascolto a un’assoluta libertà da schemi pregiudiziali. E, in effetti, Sciarrino concepisce ogni sua composizione come un “dramma dell’ascolto” in cui l’intenso lavoro operato dal musicista sulla percezione fa sì che l’ascoltatore sia anche attore in quanto impegnato, appunto, nell’atto dell’ascolto. Ecco perché un giudizio oggettivo sulla sua opera è praticamente impossibile, in quanto la percezione individuale modifica l’opera nel momento stesso in cui essa viene, appunto, percepita. Parlando quindi a titolo del tutto personale, posso affermare di avere particolarmente apprezzato il secondo atto, nel corso del quale ho avvertito la crescente tensione dell’attesa di colui che è protagonista in quanto costantemente presente nei discorsi dei personaggi e nelle citazioni musicali.
 
Nel contempo, mi è giunto anche un senso di distacco emotivo, come se i presenti in scena non fossero mai del tutto convinti dell’arrivo del personaggio tanto atteso e, in qualche modo, prevedessero il tragico epilogo. Ma si tratta, naturalmente, della mia reazione in quel momento in quanto “attrice dell’ascolto”. Per una approfondita e motivata analisi rimando quindi al saggio di Enzo Restagno all’interno del programma di sala.
 
Ben più oggettivamente si può invece parlare dell’esecuzione, che ha visto i cantanti impegnati in ruoli asperrimi sul piano tecnico e musicale: la nutrita compagine – di cui facevano parte anche allievi dell’Accademia scaligera e del Conservatorio “Giuseppe Verdi” -  era composta da Laura Aikin (la Cantatrice), Charles Workman (il Musico), Otto Katzameier (il Letterato), e poi Sónia Grané, Lena Haselmann, Thomas Lichtenecker, Christian Oldenburg, Emanuele Cordaro. L’orchestra della Scala era guidata da Maxime Pascal, giovane direttore particolarmente indicato per questa occasione in quanto con il gruppo Le Balcon, di cui è fra i fondatori, persegue una visione performativa della musica che coinvolge integralmente lo spettatore, sposando quindi perfettamente l’estetica sciarriniana.
 
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