| Spegnete la televisione e vivete ... la creazione di due vite parallele |
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| Domenica 25 Aprile 2021 07:41 |
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La televisione e i suoi nipoti non sono però «un centro elaboratore di messaggi» in modo diretto. La loro elaborazione sforna piuttosto rappresentazioni, mondi fatti e finiti. Sui teleschermi non si discute ma si osserva la gente discutere, non si commentano gli eventi ma li si (ri)produce montando immagini, parole e suoni in un tutto coerente che mima tempi e modi della cognizione in presenza. Con la promessa di allargare lo sguardo su realtà altrimenti inaccessibili, le finestre telematiche le incorporano indistintamente nel bagaglio dell'esperienza e della memoria.
I «messaggi» passano nell'eccipiente di una narrazione internamente vera e perciò compatibile con le aspettative del pubblico «ben funzionante», le notizie nello storytelling, i giudizi, le emergenze, i bersagli della simpatia o dell'odio nella testimonianza, nel «caso» e nelle trame di Hollywood. Non sbaglia chi identifica in questi strumenti le innovazioni più decisive degli ultimi decenni.
Non teme la realtà, la crea. Il paradosso più avvincente di questa magia è che per dare un “vestito di verità” alle proprie chimere sfrutta lo stesso «buon funzionamento» a cui spetta il compito di distinguere il vero dal finto. Come ci riesce? La risposta è nei prefissi: la tele-matica e la tele-visione fanno vedere τηλόθι, da lontano, allestiscono le loro rappresentazioni in uno spazio fisico e ideale dove l'occhio del «ben funzionante» non può spingersi. È quindi improbabile che entrino in collisione con l'esperienza viva e che di questa affrontino il vaglio. Come il barone di Münchhausen e il suo cavallo, l'informazione lontana si appende solo a se stessa, alla sua logicità e coerenza, all'autorevolezza di chi la propugna e alla numerosità dei suoi diffusori. Le basta «funzionare» nel suo mondo remoto. La seduzione di poter guardare lontano fa però sì che chi ne fruisce la accolga nel mondo vicino e creda davvero di conoscere il carattere, la quotidianità e i vizi dei capi di stato, di scrutare i bilanci delle nazioni, di penetrare i segreti della storia antica e di riconoscere i crismi della vera scienza, di cui snocciola ipotesi e percentuali come se fossero le monetine che porta in tasca. Crede di poter sempre distinguere, i cattivi dai buoni e la bufala dal vero. Avendo accettato un copione di cui non può essere l'attore, ne accetta finalmente la morale, il «messaggio». |




(Laura Giulia D'Orso). Negli anni '70 da più voci si denunciava il centralismo con cui i mezzi televisivi eludevano le distanze fisiche e culturali per imporre in sincrono e in ogni casa i modelli del «nuovo potere». Oggi il paradigma si è evoluto nella forma ancora più estrema nei social. Nel digitale la tirannide è liquida, istantanea, strutturale. Più che imporla faticosamente nel reale, la si impone forzando il suo involucro impomatato: la digitalizzazione. La nuova parola d'ordine ... digitalizziamo tutto!
