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Teatro alla Scala: Aradne auf Naxos Stampa
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Lunedì 29 Agosto 2022 05:34
(Vittoria Lìcari) Dopo soltanto tre anni dal suo ultimo allestimento, Ariadne auf Naxos di Richard Strauss è tornata alla Scala nella veste – nuova per le scene milanesi – che nel 2012 il regista Sven-Eric Bechtolf ideò per il Festival di Salisburgo in occasione del centenario della prima versione di quest’opera particolarissima.
 
La genesi di Ariadne è nota, ma vale la pena, comunque, di ricordarla, in quanto vede coinvolte alcune delle maggiori personalità della scena teatrale europea d’inizio Novecento: oltre a Strauss, il poeta e drammaturgo Hugo von Hofmannsthal e il regista Max Reinhardt. Quest’ultimo, grande amico di Hofmannsthal, aveva dato un decisivo contributo al debutto del Rosenkavalier, avvenuto a Dresda nel 1911, senza nemmeno voler essere citato in locandina.
 
Hofmannsthal decise quindi di dimostrargli la propria riconoscenza traducendo per la sua compagnia berlinese un lavoro di Molière, e aveva pensato, inizialmente, a un testo minore. Alla fine, però, la sua scelta era caduta su uno dei capolavori del commediografo francese, Le Bourgeois gentilhomme, di cui aveva rimaneggiato la traduzione in tedesco del Bierling, pubblicata a metà del ‘700. Trattandosi di una comédie-ballet, Strauss ne avrebbe composto le musiche, ricoprendo cioè il ruolo che, originariamente, era stato di Jean-Baptiste Lully; ma, in corso d’opera, Hofmannsthal complicò le cose decidendo di concludere l’azione con un melodramma, Ariadne auf Naxos, per l’appunto.
 
Non è il caso, qui, di scendere in particolari sulle discussioni fra i due artisti: basti ricordare che le lettere che si scambiarono nel corso della lavorazione costituiscono uno fra i capitoli più interessanti della storia del teatro d’opera del ‘900. Quando, il 25 ottobre 1912, il lavoro andò in scena a Stoccarda con la regia di Reinhardt e la direzione musicale di Strauss, non ebbe però il successo sperato – soprattutto a causa della lunghezza – e così, dopo che l’insuccesso si era ripetuto anche in altre città, Strauss e Hofmannsthal elaborarono una seconda versione, rappresentata all’Opera di Vienna il 4 ottobre 1916, in cui la commedia di Molière viene sostituita da un Prologo.
 
Questa, per sommi capi, la genesi di quanto oggi noi vediamo generalmente sulla scena, malgrado non siano mancate le riprese della versione originale, fra le quali, appunto, quella del centenario che, a Salisburgo, aveva riscosso un notevole successo. Ma già due anni dopo, per la ripresa a Vienna, lo spettacolo fu riadattato alla seconda versione, e così è giunto alla Scala, dove la regia è stata ripresa da Karin Voykowitsch, con le scene di Rolf Glittenberg, i costumi di Marianne Glittenberg e le luci di Jürgen Hoffmann. Bechtolf ha giocato sulla dimensione metateatrale collocando i personaggi dell’opera al proscenio, mentre il fondo della scena è occupato dagli invitati che assistono alla rappresentazione, in una prospettiva che, visivamente, parte dal teatro per guardare alla vita reale, aderendo così alla simbologia insita nel testo. Alcuni pianoforti fracassati rappresentano l’isola su cui Ariadne – una perfetta Krassimira Stoyanova – passa dalla disperazione derivante da un triste passato, che ormai è alle sue spalle, a una nuova esistenza pervasa di amore e speranza attraverso il suo incontro con Bacchus – ruolo breve, ma impervio, interpretato dal veterano Stephen Gould.
 
Il Prologo è invece giocato sulla confusione che vi regna, in realtà perfettamente organizzata sul piano drammaturgico, per cui la regia si è sentita autorizzata a prendersi ampi margini di libertà. Al di là dell’allestimento scenico, molto della riuscita di questo lavoro dipende dalla capacità dei cantanti di trasmettere al pubblico tutte le sfumature di un testo dalle cui inflessioni scaturisce gran parte della musica che lo riveste. In questo ensemble di solisti vocali – tutti eccellenti - spicca l’alter ego di Ariadne, ovverossia Zerbinetta, protagonista di una delle arie più acrobatiche mai scritte per la voce di soprano, in questo caso splendidamente eseguita da Erin Morley, dalla vocalità agilissima e nel contempo rotonda, nonché interprete frizzante, come il ruolo richiede. Grande risalto alla figura del Musiklehrer ha dato Markus Werba, cantante-attore eclettico e ricco di una sottile ironia con cui “firma”, naturalmente sempre in modo diverso, ogni personaggio che interpreta.
 
L’orchestra della Scala ha perfettamente risposto alla bacchetta di Michael Boder, che ha padroneggiato una partitura in cui lo strumentale ridotto richiede una cura ancora maggiore rispetto a quando la compagine è più ricca. Gli va dato atto, in particolare, di aver saputo creare un ottimo equilibrio fra le voci e gli strumenti, favorendo così il godimento di una partitura bellissima, ma di non facilissimo ascolto.